sabato 5 marzo 2016

A RIVEDERCI



Una altra cara amica ci ha lasciato.

Con Cecilia erano molti anni che non ci vedevamo, ma c’era stato un periodo, circa trent’anni fa, in cui lei e il marito erano una presenza fissa delle serate al Circolo, a Scaparoni.

Era una persona decisa, ferma nelle sue convinzioni, ma sempre cordiale,  amica e conoscente di tutti. Era una conversatrice amabile e aveva sempre un’opinione su ogni cosa di cui si stesse discutendo. 

Solo ora, vedendo il suo manifesto, scopro che il suo vero nome era Silvia. Ma per tutti noi, per tutti quelli che a quei tempi frequentavano il circolo, lei era “Cecilia ‘d Castlè”, poiché abitava a pochi metri dalla chiesa di Castellero, a Corneliano.

Ho un buon ricordo di lei, dei discorsi che si facevano seduti ai tavolini nelle notti d’estate, giocando a carte o prendendo il gelato. Quando eravamo tutti più giovani, più felici, più speranzosi nel futuro. Meno disillusi di oggi.
Erano bei tempi.

I funerali di Settimo Silvia “Cecilia” vedova Gomba avranno luogo nella parrocchia dei Santi Gallo e Niccolò a Corneliano D’alba, lunedi mattina 07 marzo alle ore 10.30. Il rosario sarà recitato questa sera, sabato 05 marzo alle ore 20.15, in parrocchia.

Ai figli, ai parenti ed agli amici vanno le nostre condoglianze più sincere.


Ciao Cecilia. A Rivederci. 

martedì 16 febbraio 2016

VARIAZIONI SUL TEMA

Cena etnica organizzata dal Comitato di Quartiere di Scaparoni.
E' a scopo benefico - Vi aspettiamo


sabato 6 febbraio 2016

LA LONTANANZA


Ancora una volta dobbiamo sottolineare una nota stonata. Il cancello e la recinzione attorno alla chiesetta portano il segno del passaggio di qualcuno o di qualcosa. Non penso che siano stati travolti dal vento di un paio di sere fa. E neanche che siano stati urtati da un veicolo in transito. Mi viene molto più facile pensare che siano stati oggetto di atti di vandalismo, che siano stati magari abbattuti per poter accedere alla panchina che si trova nel giardino della chiesetta. In ogni caso, proprio perché non sappiamo cosa sia successo, sempre più mi convinco della necessità di un controllo del territorio anche con mezzi di videosorveglianza, per cercare di tutelare almeno le strutture pubbliche o di pubblica utilità.

E’ un capitolo che già avevamo inserito a fine anno nella “Richiesta per l’inserimento nel piano triennale delle opere”, pratica che ci era stata indicata come l’occasione ottimale per evidenziare necessità del quartiere. Se poi ci sia stato un riscontro o almeno una discussione sul tema, questo non lo sappiamo. L’unica cosa certa è che il documento è stato consegnato e protocollato; immagino che ad oggi sia già stato trasmesso al destinatario, anche se non ne ho un riscontro diretto. Magari ne chiederemo conto nella prossima assemblea.

In ogni caso, questo è l’ennesimo episodio di una lunga serie di sgradevolezze occorse nel nostro quartiere, localizzate temporalmente negli ultimi anni. Prima era un borgo rurale, forse persino noioso, ma con una connotazione di senso civico e solidarietà tra gli abitanti. Ora invece sta assumendo i connotati di una periferia urbana con i relativi episodi di degrado e di inciviltà che tutta la popolazione sta riscontrando. I più maliziosi potranno magari osservare che il cambiamento coincide grosso modo con la nascita dei Comitati di Quartiere, ma vorrei convincerli che non c’è un rapporto diretto di causa ed effetto, anzi… con la denuncia dei fatti, con la pubblicazione delle immagini, cerchiamo di sensibilizzare sia il senso civico di tutti (opera improba) sia i provvedimenti delle autorità, in primis dell’Amministrazione Comunale. Poi però non disponiamo di strumenti per intervenire: a quello deve provvedere l’Amministrazione, anche per dimostrare che la distanza fisica che ci separa dal centro città non è anche una lontananza ideale. Ma ci vogliono atti concreti, che siano vigili, telecamere o … panchine.

giovedì 4 febbraio 2016

IL POSTO IN CALDO














(LA PALESTRA parte seconda)

Seconda puntata per la definizione del regolamento dei quartieri.

Nel frattempo, dopo l’ultimo post “la palestra”, è uscito un pezzo su un giornale locale che ha riassunto alcune delle posizioni a riguardo.

La commissione odierna è stata interlocutoria: c’è stata la riproposizione delle varie posizioni, e c’è stato un normale, logico tentativo di giungere a delle conclusioni, a una sintesi da poter poi approvare sia in commissione che in consiglio. Non è cambiato molto, per la verità. Le due antitesi sono sempre le stesse: chi trova naturale, quasi doveroso, che i consiglieri di quartiere si possano candidare ad elezioni amministrative, visto che si tratta di applicare ad un più vasto ambito quello spirito di servizio che profondono in favore del quartiere. E chi invece pensa che non si possa usare la visibilità derivante dal comitato per avere un trampolino di lancio, una specie di ingiusto vantaggio elettorale nei confronti di chi invece non fa parte dei comitati. Sono due teorie che hanno pari dignità. Certo, la prima è più fiduciosa nella buonafede delle persone, parte dal presupposto che ci sia uno spirito di servizio disinteressato alla base dell’impegno nei quartieri. Mentre l’altra è più guardinga, più attenta a impedire che i comportamenti moralmente inopportuni non diventino anche possibili.

Si arriverà probabilmente ad una soluzione di compromesso tra le due posizioni, essendo sostanzialmente inalterate le tesi emerse nel precedente incontro. Penso siano in pole position le versioni con “sospensione” temporanea dei candidati o anche dell’intero consiglio di quartiere, sospensione che in sostanza coincide con un periodo temporale in cui non vengano effettuate attività tipo assemblee o convegni, salvo quelle programmate per un periodo specifico e caratteristico. Altre cose di cui si è discusso, tipo dimissioni ed uscita ma con successiva possibilità di cooptazione sono parse un po’ macchinose, esagerate per la relativa semplicità dell’ambito in cui ci si trova.

Sentendo le posizioni dei commissari, sono rimasto sostanzialmente del parere che avevo maturato in precedenza. Prima di tutto, mi sembra normale e logico che, nel momento in cui si cercano dei nomi per riempire le liste elettorali, si vada a cercare chi ha dimostrato di volersi interessare della cosa comune con spirito di servizio. Hanno dimostrato passione, hanno maturato esperienza, hanno stabilito un contatto con la popolazione ed i suoi bisogni che potrà essere utile a svolgere la funzione di ambito più ampio, qualora fossero eletti. Se poi queste persone hanno accumulato una certa visibilità nei cinque anni precedenti, non la perderanno certo nei trenta o sessanta giorni di vacatio (che sia sospensione personale, fermo attività consiliare, dimissioni tout court o con cooptazione successiva eventuale, o altre forme di generico oscuramento); oserei dire, meno male che non si viene dimenticati, perché vuol dire che si è operato bene.

Ho sentito pareri che mi hanno lasciato perplesso. Si diceva che chi si candida deve essere responsabilizzato, deve fare una scelta. O si sta nei quartieri, o ci si candida ad altro. Non si può tenere il piede in due scarpe. Posso anche concordare: questo è il regolamento così come è ora. Ma il problema non è di chi si candida: è degli altri, di chi rimane nei consigli di quartiere che magari non hanno più il numero legale per andare avanti. Ecco, se si adotta questa soluzione, le modifiche al regolamento sono molto semplici da apportare: basta che non ci sia più il numero legale, basta cancellare il comma 4 dell’articolo 8 della delibera n° 19 del 25/02/2011. Si può fare, basta volerlo.

Però poi bisognerà anche spiegare perché invece la visibilità che deriva dall’appartenere ad altre associazioni, come le Proloco, le associazioni sportive, culturali, ricreative, sociali, filantropiche, tacendo delle professioni a contatto con il pubblico, questa visibilità dicevo non rappresenti un problema per le candidature. Sembra quasi che fare parte dei Consigli di quartiere debba rappresentare una condizione di ancor maggiore purezza, che si debba essere più realisti del re.

Il problema da risolvere era una questione pratica: se viene a mancare il numero minimo, che si fa, posto che non si vogliono fare nuove elezioni se non a tempo debito e tutti insieme? Le soluzioni possibili sono molte, basta sceglierne una.

Ma mi preoccupa che possa passare il messaggio: i candidati vogliono avere una specie di paracadute, per paura di perdere il “cadreghino” nel quartiere, con tutti i lauti vantaggi che ne conseguono. Si potrebbe persino arrivare a pensare che chi si candida voglia, come dire, lasciarsi una possibilità, … ecco, voglia tenersi il posto in caldo.

martedì 26 gennaio 2016

LA PALESTRA


L’antefatto è di circa dieci mesi fa. I presidenti dei quartieri erano stati ascoltati dalla Commissione per lo Statuto ed i Regolamenti Comunali, per appurare se nella normale attività erano emersi aspetti da correggere riguardo al Regolamento dei Comitati.
La maggior parte delle osservazioni avanzate riguardava le cause di incompatibilità tra la carica di consigliere di quartiere e quella di candidato a elezioni amministrative o politiche. Se ci si candidava, per esempio a consigliere comunale, si decadeva automaticamente dalla carica di consigliere di quartiere. Indipendentemente dall’esito della successiva elezione amministrativa. Negli effetti pratici, questo aveva causato vistosi buchi negli organigrammi dei consigli di quartiere. Qualche quartiere aveva visto decadere la maggioranza dei componenti il proprio consiglio, e addirittura aveva troppo pochi non-eletti da poter rimpiazzare quelli decaduti. In punta di regolamento, quando in un consiglio di quartiere viene a mancare più della metà dei componenti inizialmente eletti, si deve procedere a nuove elezioni. Ma questo vorrebbe dire non avere un election day unico per tutti i nove quartieri albesi. Si sono trovate delle soluzioni tampone; ma ora, a bocce ferme, si intendeva rivedere il regolamento dei Comitati di Quartiere per ovviare a questi inconvenienti.

La incompatibilità, in astratto, ha una sua ragion d’essere: non si vuole che i candidati alle elezioni amministrative traggano vantaggio dalla propria posizione di consiglieri o presidenti di quartiere e dalla visibilità che gliene deriva. Anche se questa cosa in fondo è solo una ipotesi, non comprovata da dati oggettivi: in teoria, la riconoscibilità potrebbe anche essere uno svantaggio (“se lo conosci lo eviti”). Per lo stesso motivo si voleva avere un election day unico, posto esattamente a metà del mandato comunale, in modo da dare un’impressione di distanza anche temporale oltre che ideale tra politica e comitati.
  
Le posizioni che sono emerse in commissione variano seguendo molteplici sfumature. Si va sostanzialmente da un “lasciamo tutto così com’è, chi si candida è fuori” a un “chi vuole candidarsi lo fa, se poi viene eletto decade”. In mezzo tutta una serie di distinguo tra la sospensione della carica, le dimissioni con successivo reintegro per cooptazione, la incompatibilità per la carica di presidente ma non per quella di semplice consigliere, altre varianti più o meno sfumate di queste proposte.

Personalmente devo dire che sono favorevole ad una ipotesi molto semplice, senza retropensieri o bizantinismi. Per me chi si vuole candidare lo fa, se viene eletto decadrà automaticamente dalla carica precedente. Nella sua nuova carica potrà proseguire quella attività al servizio della collettività che aveva iniziato quando era consigliere di quartiere.

Capisco l’obiezione di chi dice “ci si può sempre dedicare alla collettività pur non essendo un consigliere di quartiere”. La ritengo idealmente la rappresentazione di come il mondo dovrebbe essere. Ma poiché nel mondo attuale ci vivo, e nei quartieri ci opero, so che la realtà è un po’ diversa: la partecipazione è spesso più “spintanea” che volontaria, più sollecitata che autoconvocata. Forse siamo noi presidenti che non sappiamo motivare i nostri consigli. In fondo non siamo degli animatori, e strapazzando un po’ il Manzoni, potrei dire che uno, se il carisma non ce l’ha, non se lo può dare. Ognuno di noi cerca di mettere tempo, attenzione e energie al servizio della realtà dei nostri quartieri. Ma ci prenderemmo in giro se non ammettessimo che con la poca voglia di partecipazione che si vede in giro è un peccato mortale tenere fuori dal gruppo delle persone che ci si sono impegnate disinteressatamente fino ad oggi. Anzi, che hanno dimostrato una volontà e generosità ancora maggiore candidandosi ad occuparsi di realtà ancora maggiori del quartiere, come l’ambito del proprio Comune.

Porto sempre il pensiero di un mio mentore a cui invariabilmente sento rispondere, a chi gli chiede il voto in occasione delle amministrative, la stessa cosa, da molti anni e a molti, diversi interlocutori: “non sei tu che ci devi chiedere per favore il nostro voto, siamo noi che dovremmo ringraziarti per il tempo, la passione e i sacrifici che stai accettando di mettere al servizio di tutti noi, candidandoti”.

Ci penso tutte le volte che sento mettere in dubbio la buona fede di chi si candida, quando sento ipotizzare un vantaggio elettorale derivante dalla supposta maggiore visibilità. Certo, può essere. Ma non è che dimettendosi due mesi prima si perde quell’ipotetico vantaggio della riconoscibilità; la gente se lo ricorda se per cinque anni si è fatto parte del Comitato di Quartiere (e meno male, se si viene ricordati vuole dire che quel tempo non è passato invano). Senza contare che questa esperienza, che in ogni caso arricchisce il proprio bagaglio personale, si può comunque segnalare nella pubblicistica elettorale; basterà fare attenzione ai tempi dei verbi, usando il passato (HO FATTO PARTE) invece del presente (FACCIO PARTE).

Concordo senz’altro con una tesi che ho sentito in commissione. L’ambito dei Comitati di Quartiere è come una palestra. Il confronto, il dibattito, l’analisi dei problemi e delle soluzioni, il rapporto con la gente e con le amministrazioni sono gli esercizi a cui dedichiamo il tempo, le energie e l’attenzione di cui disponiamo. Si impara a mettersi a disposizione della collettività, si instaura un rapporto di fiducia con la popolazione. Se poi questo bagaglio di esperienza e di conoscenza servirà in futuro, non penso sia una cosa scandalosa, da demonizzare.

Mi sembra una cosa normale.

martedì 19 gennaio 2016

PEDALARE





























Probabilmente molti di voi sanno che cosa è la FIAB. Io non lo sapevo fino a venerdì 15/01, quando ho partecipato ad un incontro organizzato tra i quartieri per parlare di questa associazione. La FIAB è la Federazione Italiana Amici della Bicicletta onlus, una federazione di associazioni e gruppi ciclo-ecologisti che hanno come comune denominatore lo sviluppo e la promozione dell’uso della bicicletta come mezzo di trasporto ecologico.

E’ una associazione a livello nazionale che si interessa ad ogni aspetto, sia culturale che sociale o legislativo o di costume che possa riguardare il mondo delle due ruote. Ci sono delle “filiali” a livello provinciale (le più vicine a noi sono Cuneo o Asti) e delle “filiali” a livello cittadino, formate da associazioni create ex novo o da associazioni già esistenti che si sono affiliate alla federazione nazionale. Per conoscere nel dettaglio gli scopi e gli ideali ispiratori di questa associazione vi rimando al loro sito ufficiale: http://www.fiab-onlus.it/bici.

Ad Alba non è ancora presente una associazione che sia affiliata alla FIAB. Appunto per questo ci si è incontrati tra i quartieri: un gruppo di amatori dell’argomento, interessati a formare il nucleo iniziale di una associazione che si vorrebbe poi affiliare alla FIAB, ci ha chiesto di diffondere questa loro intenzione. E noi ben volentieri li accontentiamo. Quindi rendiamo noto a quanti ci seguono e che sono interessati all’argomento, che si sta cercando di fondare un gruppo ad Alba con l’intenzione poi di affiliarlo alla FIAB. 

Chi è interessato o vuole anche solo saperne di più, per conoscere nel dettaglio i particolari e i le opportunità dell’iniziativa, può comunicare il suo interesse al Comitato del Quartiere Piave ed al suo presidente Leopoldo Cane che è un appassionato della materia. Oppure a noi che ben volentieri gli gireremo le vostre missive.